Mal comune, nessun gaudio. Per i nostri bambini

 

I diritti dei più piccoli sono sempre meno considerati.

Nella stragrande maggioranza delle regioni d’Italia i quasi 30 mila ragazzini “fuori famiglia” sono l’ultimo dei pensieri delle amministrazioni locali.

Sarà perché non votano? Perché non sbattono i pugni sul tavolo quando i loro diritti vengono spudoratamente lesi? Perché non possono offrire niente in cambio?

La Sardegna al momento non fa eccezione, purtroppo.

Dai primi incoraggianti segnali ricevuti dall’assessore Liori, dall’interesse dichiarato della presidenza e di altri assessorati regionali sui temi della tutela dei nostri ragazzi, sono passati mesi.

Poco o niente è stato fatto.  

Molte comunità e case famiglia telefonano e scrivono alla Federazione per capire come andare avanti. E dire che le attività di Isperantzia non pesano su bilanci pubblici (grazie ai contributi della Banca del Credito Sardo e al sostegno di Domus de Luna), che il progetto dell’anagrafe protetta è sviluppato con fondi privati (Fondazione Banco di Sardegna), che il modello federativo sardo rappresenta un caso eccezionale in Italia, oggetto di studio e ammirazione da parte delle grandi organizzazioni nazionali….Tant’è:

  • sono sospesi i tavoli congiunti che la Regione Sardegna aveva aperto con Isperantzia per la revisione dei requisiti da inserire nelle delibere attuative di quanto disposto nel regolamento del 2008

  • non si conosce lo stato dell’arte del provvedimento collegato alla finanziaria e relativo al reddito zero per i minori ospiti di comunità; né è stata prevista alcuna modalità comunicativa e operativa nei confronti delle amministrazioni comunali, delle asl, delle scuole interessate dal provvedimento stesso

  • sono sospesi i finanziamenti degli interventi che Isperantzia si era aggiudicata con il bando “Ad Altiora” per l’inclusione sociale di minori ospiti di comunità e case famiglia, e per l’inserimento lavorativo di ragazzi entrati nel circuito penale

  • sono state sospese nel 2009 ed escluse nel bilancio regionale 2010 tutte le possibili manovre a supporto dei minori fuori famiglia residenti in Sardegna

  • non si hanno aggiornamenti concreti sulle politiche di inclusione sociale (in particolare sul “dopo i 18 anni”) e sull’attuazione di quanto sviluppato a partire da “prendere il volo” in ambito anche internazionale

  • non si è proceduto ad alcun riconoscimento formale della Federazione Regionale tale da attribuirgli un ruolo attivo nei diversi interventi che le istituzioni competenti intraprendono nei confronti dei minori “fuori famiglia”

  • non è stata messa in pratica alcuna azione a garanzia dei crediti che molte comunità e case famiglia hanno nei confronti di amministrazioni comunali inadempienti e all’origine di alcune chiusure recenti.

Isperantzia continuerà a fare la sua parte, ricordando alla Regione i diritti dei propri figli più sfortunati e lavorando a livello nazionale affinché i comuni bisogni, in tutta Italia, trovino finalmente ascolto presso teste e cuori, rispettivamente, più competenti e più sensibili.

Siamo un po’ stanchi di parlare con funzionari pubblici che non hanno sempre diverse priorità in agenda e che le poche cose che sanno sui minori “fuori famiglia” le hanno lette quando Panorama ha dedicato la copertina ai “sequestri di stato” (vedi: Cosa fanno insieme un giornalista pasticcione, un avvocato che la fa facile ed un politico poco preparato? Un reportage su Panorama. Che parla di minori e comunità di accoglienza in Italia).

Senza alcun gaudio, alleghiamo due articoli che sono apparsi su Vita.it a febbraio, sul male comune dei diritti non riconosciuti ai nostri ragazzi, ai ragazzi fuori famiglia, sempre meno considerati in tutta Italia, rimandando al canale di Domus de Luna su Youtube per l’intervento degli amici di Apriti Cuore Onlus di Palermo

Diritti sempre più piccoli, di Benedetta Verrini

Dal Veneto al Sud l'impressionante crisi della comunità di accoglienza per minori

Rette che ritardano anche di 3/4 anni e strategie al risparmio dei Comuni. Così stanno soffocando le 1.500 strutture che si occupano dei "fuori famiglia"

Il primo campanello d'allarme è scattato in Veneto, subito dopo Capodanno. «Costruite qualche rotonda stradale in meno e investite quei soldi per i diritti dei minori», hanno scritto Cnca, Comunità Papa Giovanni XXIII, Istituto Don Calabria e Cncm. Con una lettera aperta alle istituzioni locali, i giganti dell'accoglienza hanno denunciato un punto di non ritorno: «Con le risorse dimezzate, che dal 2005 ad oggi sono passate da 10 milioni a poco più di 5 milioni di euro, qui in Veneto possiamo lavorare solo sull'emergenza e sui casi più gravi». Due settimane più tardi, il malessere esplode in Campania: a Napoli gli operatori della Federazione Sam occupano il 94esimo Distretto sanitario. Il motivo è che le comunità di accoglienza per minori, che in Campania sono circa 200 per 1.570 minori, non ce la fanno più: il Comune non paga le rette da 19 mesi. Alcune strutture sono costrette a chiudere, nelle altre il turn over del personale è fortissimo, i Comuni affidano i bambini col criterio del minor costo. Cosa sta accadendo?
«Manca il Piano Infanzia, manca un quadro d'azione nazionale che costituisca la cornice, il quadro unitario in cui stabilire le priorità d'azione, l'allocazione dei fondi, l'esigibilità dei diritti», analizza Liviana Marelli, responsabile per l'area minori del Cnca. Il nuovo Piano, promesso dal governo entro la fine di gennaio, colmerà un vuoto lungo cinque anni. Abbastanza per creare spaesamento: le Regioni non hanno predisposto strategie d'azione locali, i criteri di autorizzazione delle comunità (più di 1.500 nelle 15 regioni finora censite) sono a macchia di leopardo, servizi e operatori lavorano in base all'emergenza, la prevenzione va a farsi benedire. La presa in carico degli oltre 30mila minori fuori famiglia, sia in affido familiare che in comunità, comporta per i Comuni italiani una spesa sociale pari a 470 milioni di euro (è l'ultimo dato Istat del 2006). Nessuno studio o monitoraggio sistematico è mai stato fatto, finora, per sapere se questo investimento è andato a buon fine e abbia permesso alle famiglie d'origine e ai loro figli di uscire dal vortice dell'esclusione sociale.

«C'è una sperequazione molto preoccupante tra Nord e Sud», aggiunge Samantha Tedesco, responsabile Area Programmi e sviluppo dei Villaggi Sos Italia. «I diritti dei bambini dovrebbero essere gli stessi ovunque, eppure in alcune realtà, dove i Comuni sono in difficoltà oggettiva, i pagamenti delle rette ritardano sempre più, anche di 3-4 anni. Per le grandi realtà come la nostra, le donazioni di privati e la mutua assistenza interna rappresentano una garanzia non solo di sopravvivenza, ma anche di tenuta nella qualità dei progetti. Ma le piccole realtà soccombono». I segnali sono dappertutto: «C'è una strategia al risparmio», spiega Walter Martini della Comunità Papa Giovanni XXIII. «I Comuni tentano di affidare i minori alle nostre case famiglia con affidamenti familiari, in modo da poter assegnare un contributo di gran lunga inferiore alla retta mensile. Oppure spingono perché le nostre coppie prendano in adozione i casi più gravi, in modo da poter sospendere la contribuzione».
I ritardi nei pagamenti poi impattano sui minori stessi. L'accompagnamento psicologico, ad esempio, così necessario per tanti bambini e adolescenti che vengono da situazioni di deprivazione e violenza, rischia di diventare un optional. «La competenza socio-sanitaria spetta alle Asl», spiega Marelli. «Se per la psicoterapia dobbiamo aspettare come per una radiografia, è ovvio che l'intervento viene vanificato».
Ancora. Il famoso "prosieguo amministrativo", cioè la possibilità di prolungare la permanenza di un giovane già maggiorenne in comunità fino ai 21 anni, «è ormai difficilissimo da ottenere», sottolinea la Marelli. Che aggiunge: «I ragazzi stranieri, in particolare, non hanno più nessuna possibilità di accedere a questa opportunità. Sono tanti quelli che ospitiamo senza retta».

A Napoli la cassa piange - Vite al massimo ribasso

Bambini trattati come pacchi. Comuni che contestano gli affidamenti del tribunale e impongono trasferimenti in strutture meno care


Se lo ricorda bene, Carmine, il battibecco tra Alessandra Mussolini e Rosa Russo Jervolino alla Conferenza sull'Infanzia di Napoli. «Dai Rosa, prima di andare via firma qua e prometti di pagare le comunità», esortava la presidente della Bicamerale. Ma il sindaco di Napoli aveva già preso provocatoriamente l'uscita, richiamando le responsabilità della Regione, e non del Comune, nei ritardi sui pagamenti delle rette. Sono passati due mesi da quella scena e Carmine Santangelo (nella foto con la moglie e la figlia naturale) non ha ancora visto niente di nuovo. Gestisce una casa famiglia con la moglie Valeria, hanno in affido 7 bambini piccoli più la loro, Chiaramata, di 3 anni. «Per me è una scelta di vita, se non ce la faremo più come comunità continueremo come affidatari», dice. Gli ultimi pagamenti ricevuti, proprio la scorsa settimana, si riferiscono a maggio-giugno del 2008. «Essendo una casa famiglia possiamo permetterci meno educatori, ne abbiamo 4 e mia moglie fa la coordinatrice», spiega. «Ma se non ci fosse il mio stipendio e le anticipazioni su fattura che ci concede Banca Etica, avremmo già dovuto chiudere». La casa famiglia di Carmine è un esempio del malessere che si respira in città e nella regione. Dopo la presa di posizione di alcuni operatori della Federazione Sam, che hanno occupato il 94esimo Distretto di Napoli, il Comune ha nuovamente assicurato che i soldi (2 milioni di euro) sono in fase di trasferimento dalla Regione.
Intanto, la quotidianità delle 200 strutture campane è fatta di contrattazioni e affidamenti "al massimo ribasso". «Dal momento che gli allontanamenti sono disposti quasi sempre dal Tribunale», spiega Santangelo, «capita che, dopo aver inserito il bambino, il Comune di residenza non sia d'accordo sulla retta e decida il trasferimento in strutture che praticano tariffe più basse». Bambini come pacchi da tenere in custodia? «Per fortuna noi ci rivolgiamo al Tribunale, che pronuncia una diffida al trasferimento che potrebbe essere un ulteriore trauma», prosegue. Poi, però, capita che il Comune interessato non paghi. «Capita, certo che capita».

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