Figli di un Dio minore

 

 

Suor Silvia Carboni ha scritto questa nota che le abbiamo chiesto di rendere pubblica perchè in poche righe rende la diversita' di quei ragazzi che sono allontanati dalle loro famiglie e affidati alle nostre comunità.
Il loro bisogno di comprensione e di abbraccio, la necessita' di una disponibilita' e di una capacita' importante in chi vuole realmente operare per la loro cura.

Solo su un aspetto non sono d'accordo con Silvia: le rette alte.
Chi puo' fare conto su personale religioso, che viene remunerato in altro modo (evidentemente non solo, ma anche in termini economici), sa che la sua organizzazione non puo' essere presa a riferimento, perche' circa la meta' dei ragazzi affidati a comunita' alloggio sono ospitati oggi da organizzazioni non religiose.
Un B&B costa durante la stagione turistica piu' o meno la stessa cifra di una comunita' alloggio.
Ed io sono convinto che noi tutti vogliamo offrire ai ragazzi che vivono queste condizioni di estremo disagio e bisogno qualcosa di piu' che un letto e una prima colazione.
A parte i i tre o meglio quattro pasti al giorno, ci sono i vestiti, i libri e il materiale scolastico, le cure mediche, l'assistenza psicologica e specialistica, la tutela legale. Ma soprattutto la cura quotidiana, che deve essere assicurata con equipe miste, formate da professionisti motivati ma competenti, coordinati responabilmente e supervisionati esternamente, per garantire uno sguardo terzo e nuovo.
Per questo, anche se Suor Silvia ha di nuovo perfettamente ragione quando invita ad investire sulla prevenzione, direi che nei bilanci delle amministrazioni ci sono ben altri costi su cui intervenire prima di parlare di rette alte.
Ma non ne facciamo qui l'elenco. Perche' sarebbe troppo lungo.
 

Lecco, 12 giugno 2009

E’ da un po di tempo che nel tentativo di avviare progetti a tutela dei nostri minori, ho preso coscienza che i minori senza famiglia, di fatto, anche nella gestione dei servizi sono “figli di un Dio minore”. L’espressione non l’ho inventata io, ma è il titolo di un film di grande successo del 1986 che ci narra il mondo e soprattutto il linguaggio dei sordomuti.

E’ chiaro che nella mia prospettiva, siamo tutti figli dello stesso Dio, ma nella vita terrena.. i minori senza famiglia, proprio perché sono tali, “non se li fila nessuno”

Ci avete mai pensato?

La disabilità, la tossicodipendenza, la detenzione, sono tutti “svantaggi” che socialmente sono presenti in tutti gli ambienti sociali. Chi più chi meno, ma nelle comunità per tox, nelle celle per detenuti o nei centri per disabili e sofferenti mentali possiamo trovare persone provenienti da situazioni socio-culturali medie. Nella maggior parte dei casi hanno famiglie alle spalle, che combattono per avere dalle istituzioni tutto il sostegno previsto dalla normativa.

Per i minori provenienti da famiglie multiproblematiche succede invece esattamente il contrario. Per gli operatori sociali sono un problema perché devono gestirsi anche i familiari ai quali è stato sottratto un figlio. Quindi non solo la famiglia non sostiene la tutela dei minori, ma la famiglia è un problema in più da gestire.

Risultato?

Nella maggior parte dei casi, gli operatori e rappresentanti istituzionali devono investire molte più energie sui familiari che sui minori stessi e ciò a discapito spesso di questi ultimi.

Non solo. Oggi gli enti locali si lamentano del fatto che i minori in comunità costano. Sono d’accordo che oggi le rette sono alte.. ma è anche vero che gli standard richiesti dal punto di vista normativo, cosi come la complessità dei casi che arrivano in comunità richiede un dispendio di energie economiche e umane non indifferente.

Le rette sono alte perché non si interviene nella prevenzione e quindi spesso si è costretti ad arrivare a soluzioni onerose per tutti (non solo dal punto di vista economico!!)

Ma i soldi non dovrebbero essere un problema… se l’obiettivo fosse la tutela (reale) del minore.

Di fatto questi bambini rompono, non vogliono adeguarsi alle esigenze di noi adulti e quindi li chiamiamo devianti. Ma devianti da cosa? Dai nostri standard? Siamo sicuri che noi adulti siamo nella norma?

Siamo noi “fuori” e loro dentro, o il contrario?

Riguardando il film “Figli di un Dio minore”… ho pensato alla “disabilità sociale” da cui sono affetti coloro che sono nati e cresciuti in un ambiente familiare non adeguato a supportare il loro sviluppo integrale.

Il film sottolinea fondamentalmente due concetti: la disabilità porta diversità e l’uso di un diverso linguaggio; si puo comunicare con i sordomuti se impariamo ad usare il loro linguaggio.

Riflettendo su questi due aspetti, ho pensato alla similitudine rispetto a tali minori. La loro disabilità “sociale” è portatrice di diversità e di un linguaggio diverso.

Spesso noi con tali minori non riusciamo a comunicare perché continuiamo ad usare il nostro linguaggio senza tener conto del loro fatto di gesti, segni, comportamenti “strani”. Noi interpretiamo i loro comportamenti e gesti seconodo le nostre categorie mentali, categorie di persone che hanno avuto una famiglia e che non riescono spesso ad uscire dalle proprie categorie mentali e a mettersi nella prospettiva dell’altro. Diverse sono le priorità, le prospettive, i punti di vista. Troppo lontani dal nostro mondo per essere compresi. E allora? Siccome noi non riusciamo a trovare spiegazioni logiche al loro comportamento, allora chiediamo a loro di trovare una spiegazione logica ai nostri ragionamenti. E’ difficile per noi operatori considerare i “problemi” di questi minori come disabilità sociali, dove il termine “disabilità” significa “diverse abilità sociali”. A volte facciamo fatica ad individuare e vedere le loro diverse abilità perché forse ci ostiniamo a guardarli con le nostre categorie mentali.

Per imparare a conoscere il loro linguaggio ci vuole prima di tutto pazienza, ascolto, silenzio e apprendimento da parte nostra. Dobbiamo usare altre categorie mentali. Ma siamo proprio sicuri che il nostro punto di vista è quello giusto?

Ma il film ci dice ancora che non basta. Non basta vedere le cose dal loro punto di vista. E’ necessario che ci sia prima di tutto un incontro (vero) tra le persone.

Il punto di incontro reale tra due persone portatrici di diversità non è esclusivamente la conoscenza dei rispettivi linguaggi, ma l’accoglienza reciproca, l’accettazione reciproca. L’altro ha bisgono di sentirsi accettato cosi com’è. Solo il sentirsi accettati, amati puo portare ognuno di noi ad accettare il consiglio dell’altro, il punto di vista dell’altro, a cambiare ciò che è da cambiare di noi stessi e delle cose che ci stanno attorno.

Jung riferendosi ai genitori afferma: "se c'è qualche cosa che vogliamo cambiare nel bambino, prima dovremmo esaminarlo bene e vedere se non è un qualche cosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi". Tale affermazione è tanto vera per i genitori quanto per gli operatori i quali dovranno aver chiaro che “se c’è qualche cosa che vogliamo cambiare in loro, prima dovremmo esaminarlo bene e vedere se non è un qualche cosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi”.

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