La bestia ringrazia

 

 

La Cassazione ha disposto un nuovo processo d'appello annullando la sentenza che riportava alcuni  dei fatti accertati e sanzionati a carico di Don Marco Dessì, la Bestia di Villamassargia. Lo ha fatto a causa di un vizio di forma nella procedura giuridica internazionale seguita per gli abusi che Don Marco la Bestia ha commesso prima del 1998.

Vergogna sia per tutti gli avvocati e i magistrati che hanno permesso questo doppio crimine, che si sono resi corresponsabili degli abusi perpetuati ai danni di decine di piccole vittime, che lo hanno fatto con i nostri soldi e in nostro nome, che lavorano per conto della Giustizia Italiana.

Don Marco Dessì, la Bestia, potrà festeggiare con le Suore dell’Asilo di Cazzano, che hanno da poco ricevuto regali simili al suo da un sistema giudiziario che non tutela i deboli, e da avvocati e magistrati senza coscienza. Grazie a loro, tante Bestie come Don Marco e le sue consorelle di Cazzano, sono a spasso liberi per le stesse strade in cui passeggiamo con i nostri figli.

Allego quanto pubblicato dall’Unione Sarda, un giornale che non si può certo definire giustizialista, e ricordo che la lettera al Ministro Alfano, firmata insieme a Marco Marchese di AMS e Massimiliano Frassi di Prometeo, sul pedofilo napoletano Pasquale Modestino che ha potuto abusare di altri bambini perché la Giustizia glielo ha consentito, attende ancora risposta.

 



Da Lucio Salis, UNIONE SARDA del 28 maggio 2009.
I giudici della Corte di Cassazione hanno annullato la sentenza con la quale la Corte d'Appello di Bologna aveva condannato a otto anni di reclusione per pedofilia don Marco, missionario in Nicaragua, disponendo un nuovo processo d'appello.
N uovo processo in appello per padre Marco Dessì, il missionario di Villamassargia, per molti anni in Nicaragua, che sta scontando una condanna a 8 anni per pedofilia e possesso di materiale pedopornografico. Ieri, la terza sezione della Corte di Cassazione (presidente Lupo) ha annullato la sentenza per i fatti antecedenti al 10 agosto 1998 e disposto un nuovo processo per quelli successivi alla stessa data.
La clamorosa decisione rimette in discussione la sorte di padre Marco, condannato in primo grado a 12 anni di reclusione dal Gup di Parma. Pena poi ridotta a 8 anni dalla corte di Appello di Bologna. Ora la Cassazione, accogliendo le richiesta del difensore del sacerdote, Pierluigi Concas, ha profondamente modificato anche quest'ultima sentenza. E ha annullato la condanna per i fatti commessi prima del 10 agosto 1998. Questo perché, all'epoca, l'art. 604 del Codice penale prevedeva che per il perseguimento dei reati di pedofilia commessi da italiani all'estero ci fosse un'iniziativa del ministero della Giustizia presso l'autorità giudiziaria. Una sorta di autorizzazione che, nel caso specifico di don Marco, non c'è stata.
LA CASSAZIONE Proprio nell'agosto del 1998 l'art. 604 è stato modificato e l'iniziativa del ministero non è più prevista. Per i fatti commessi da quella data in poi la Cassazione ha disposto la celebrazione di un nuovo processo, in appello, a Bologna.
L'odissea di don Marco Dessì è iniziata nel 2001, quando il giornalista cagliaritano Cesare Corda denunciò, ma solo alle autorità ecclesiastiche, il singolare comportamento con i bambini del missionario di Villamassargia. All'epoca, non accadde nulla, o quasi, il sacerdote se la cavò con un breve periodo di trasferimento in Italia disposto dalle autorità ecclesiastiche, poi tornò in Nicaragua.
LA DENUNCIA Nel 2005 però le cose andarono diversamente. Stavolta fu un volontario che frequentava la missione di Betania, il cagliaritano Gianluca Calabrese, dell'associazione Solidando, a mettere nei guai don Marco. Quando venne a sapere, da un nipote di Corda, ciò che avveniva nella missione avviò personalmente un'inchiesta. Si recò in Nicaragua e interrogò numerosi ragazzi. Tutti gli confermarono che quando erano bambini e facevano parte del coro dell'orfanotrofio Hogar del Nino, padre Marco li molestava pesantemente. Scoprì così una situazione sconvolgente. Secondo quanto dichiarato dalle vittime del sacerdote, padre Marco rivolgeva, preferibilmente, le sue attenzioni verso bambini di età fra gli 8 e i 12 anni. Quelli che tentavano di opporsi venivano emarginati, agli altri erano invece concessi piccoli doni, ma soprattutto erano inseriti nel coro del Getsemani.
LE ACCUSE Una conquista ambitissima dai piccoli, perché consentiva loro di partecipare a viaggi all'estero e magari di essere adottati. Bisogna infatti considerate che si trattava di trovatelli che avevano vissuto in una realtà disperata, nel Nicaragua sconvolto dalla guerra.
Calabrese registrò in un videotape le testimonianze dei ragazzi e informò anche l'associazione di volontariato Rock no war, di Modena, che, insieme a Solidando, aveva sempre sostenuto finanziariamente Betania. Da lì la decisione di informare le autorità vaticane.
La Congregazione per la dottrina della fede invitò i volontari a rivolgersi all'autorità giudiziaria italiana. Quindi, dispose un'ispezione in Nicaragua, al termine della quale intimò a don Marco, pena la scomunica, di rientrare in Italia e di ritirarsi in una casa di preghiera nei pressi di Frosinone.
Nel frattempo, in seguito alla denuncia presentata dai volontari alla Procura di Parma, la magistratura avviò un'inchiesta che si concluse con l'arresto del sacerdote e il suo rinvio a giudizio per pedofilia e possesso di materiale pedopornografico.
 

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