Il vero business delle comunità


Servizio Del TG3

22/04/2013

La legge italiana stabilisce che il minore ha il diritto di crescere ed essere educato nella propria famiglia.

Quando la famiglia non è in grado di provvedere alla sua crescita, i servizi sociali dispongono interventi di sostegno e di tutela. Se sono insufficienti, il Tribunale per i Minorenni può decidere l’allontanamento del minore e l’inserimento presso una famiglia affidataria o in una comunità di accoglienza. Gli assistenti dei servizi sociali non possono farlo in autonomia, se non per questioni che richiedono un intervento urgente e comunque e solo temporaneo.

Partiamo da qui. Non ci sono bambini rubati alle famiglie o sottratti ai loro affetti. Non si tratta neanche di minori allontanati da famiglie povere.

Sono rarissimi i casi (in Domus de Luna non ci è mai capitato) in cui si adopera erroneamente questo tipo di intervento sociale per risolvere una difficoltà economica.

Può succedere che ci siano problemi di soldi ma come effetto di un disagio ben diverso. E’ ovvio che un padre che si spende tutti i soldi al bar – e poi magari torna a casa e violenta moglie e figli – avrà anche un problema economico, prima o poi. Di certo però, non è aiutando la famiglia con un sussidio che si risolvono i guai e si proteggono i bambini tutelando i loro più elementari diritti.

La misura dell’allontanamento riguarda quindi piccoli che vivono in una famiglia in grande difficoltà, che non è in grado di assicurare loro tutela e protezione. A volte sono vittime di incurie molto gravi, altre di maltrattamenti e talora di abusi. In questi primi anni di attività Domus de Luna ha avviato nella provincia di Cagliari quattro comunità di accoglienza dedicate a minori fuori famiglia e alle mamme con bambino.

Ad oggi ha accolto e curato 101 ospiti. Di questi, quasi il 60% è stato inserito dal Tribunale per i Minorenni per maltrattamento fisico e psicologico, sospetto abuso, violenza assistita. Un altro 23% per incuria grave.

 

Si stima che in Italia i minori fuori famiglia siano 32.000.

Non si conosce il numero esatto perché non esiste un’anagrafe protetta e dedicata a non perdersi questi ragazzi per strada. E questo nonostante sia evidente la necessità di costruire questa rete, l’investimento ridotto, l’obbligo da parte dell’Europa.

In Sardegna, dove opera Domus de Luna, sono oltre 1.100 minori fuori famiglia.

Circa 500 sono i minori accolti presso famiglie affidatarie, 600 i bambini e ragazzi affidati a comunità.

E’ un dato stimato dalla Federazione Isperantzia, calcolato integrando i dati del Tribunale e degli enti che si occupano dei minori in Sardegna.

A questi numeri si aggiungono quelli dei minori adottati (alcune decine all’anno) mentre sono compresi i casi di minori autori di reato che vengono allontanati dal nucleo d’origine e affidati ad una comunità con progetti in alternativa alla pena detentiva.

Il sistema normativo regionale sardo attribuisce la competenza dei servizi sociali ai Comuni, con fondi dedicati ai minori fuori famiglia spesso insufficienti a garantire anche il livello di intervento minimo.

Esistono quindi 377 controllori per circa 80 comunità controllate, con evidenti carenze dal punto di vista dello standard qualitativo nella competenza ma anche della possibilità di intervento in contesti (l’84% dei comuni nell’isola ha meno di 2000 abitanti) dove l’assistente si trova ad operare senza poter liberamente scegliere. Sindaci e assessori che intervengono per interesse privato piuttosto che genitori che minacciano macchina, casa o addirittura famiglia dell’assistente, sono all’ordine del giorno. Non potrebbe essere altrimenti, basta guardare i numeri per capire che il sistema non può funzionare. Vale per la Sardegna e per molte altre regioni in Italia.

La retta giornaliera per bambino è di solito tra gli 80 e i 120 euro, con alcune differenze tra Nord e Sud e con ex istituti religiosi riattati a comunità che chiedono anche molto meno (e molto meno generalmente danno, si tratta per lo più di mera assistenza base). Queste somme, che spesso sui giornali raddoppiano o triplicano, permettono in realtà di coprire solo parte delle spese. Basti pensare che le diverse normative che regolano requisiti e funzionamento dei servizi (ce ne sono più di 20 in Italia, come se un bambino di Udine avesse diritti e bisogni diversi da quello di Bari o di Cagliari, come se questa impostazione fosse a maggior tutela del minore e non a moltiplicare poltrone per politici e amministratori locali), disciplinano un rapporto di presenze tra educatori e minori che oscilla tra 1 a 3 e 1 a 5. Nel nostro mercato del lavoro, che a differenza di altri settori assai meno importanti non prevede alcuna forma di trattamento fiscale privilegiato per chi opera nel sociale, la retta permette quindi di sostenere le 24 ore e i 365 giorni del personale minimo necessario secondo la norma e con contratti regolari. E parliamo di stipendi mensili che sono spesso sotto i 1000 euro e non arrivano né di norma si avvicinano ai 2000. Per impieghi che prevedono tutti una laurea e spesso una specializzazione. Il resto del funzionamento si regge spesso grazie alle donazioni private, alla carità dei parrocchiani quando le comunità sono legate ad enti religiosi, ai volontari che pro bono tengono i conti o danno una mano in cucina o fanno i compiti con i bambini.

Altre volte ancora, in alcune comunità i conti tornano solo perché non si rispettano i rapporti di presenza tra educatori e bambini o non si fanno contratti regolari ai dipendenti.

Quando i pagamenti, di ciò che già di per sé è insufficiente a tenere secondo norma una comunità, arrivano con mesi e mesi di ritardo (perché prima vengono stipendi e indennità di amministratori e funzionari, poi le riparazioni delle strade e dei semafori, poi il cimitero e solo poi, dopo un lungo elenco di priorità che sono disposte per legge, se avanza qualcosa, si pagano i servizi ai minori allontanati dalla famiglia per la tutela della loro salute e del loro benessere psicofisico), diventa difficile puntare il dito contro chi si arrangia per arrivare alla fine del mese.

Sarebbe più efficace e più giusto disegnare un sistema nuovo e vero, a protezione di chi per primo dovrebbe essere nei pensieri di una società adulta e responsabile. In questi anni così non è stato. Forse anche perché i minori, notoriamente, non votano.

Mentre i genitori degli stessi, con tanto di avvocati spesso urlanti, votano. E protestano anche. Perché gli hanno rubato i bambini, perché c’è un business incredibile dietro le case famiglia, perché assistenti – giudici – educatori hanno interessi personali (loro!) in queste tristi vicende.

Iniziamo a parlare sul serio di questi temi, basta con le comparsate di Alessandra Mussolini da Barbara D’Urso, con le trasmissioni dei Giletti e dei Giurato vati, con i reportage su Panorama e Repubblica che gridano allo scandalo ripetendo, anno dopo anno, le stesse parole.

Sui bambini rubati alle famiglie. Sul business miliardario delle comunità per minori.

Parlando del futuro dei nostri figli più sfortunati in modo corretto, pubblicamente, sui media, chissà che un giorno anche i nostri politici capiscano quanto sia necessario cambiare pagina, riscrivere le regole e, prima ancora, immaginare e dare vita ad un sistema che abbia finalmente senso, che funzioni.

Perché qualcuno di loro i giornali ancora li legge ma pochissimi (chi?) conosce e frequenta comunità e case famiglia.



Radiolina

18/03/2013



Unione Sarda

12/03/2013
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